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Da La Spezia a Capraia e ritorno (omarp)
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Da La Spezia a Capraia e ritorno (omarp)
by omarp (2005)

'...beep beep beep beep beep beep beep beep beep beep beep...'

Quando si sta in mare di notte al buio i rumori sono tutto. E questo rumore davvero nessuno dell'equipaggio di Saralù vorrebbe sentirlo. Abbiamo appena deciso di andare fuori da Fezzano a vedere se è vero quello che dicono le previsioni del tempo. Ma il rumore acuto e pungente dell'allarme del surriscaldamento del Volvo 40 ci risveglia dal sogno in cui avevamo tutti insieme voluto credere. Che si potesse fare un salto di dieci ore di navigazione, da qui sino alla Marina di Salivoli, per incontrare un'altro po' di amici matti come noi. E per provare l'ebbrezza di un ingaggio, facendo in regata le trenta miglia che separano, da quelle parti, la costa dalla magnifica isola della Capraia. La difficoltà ancora non è messa tanto a fuoco. Luca pensa subito ai lavori di pulizia della carena affidata, in settimana, al sommozzatore. E al fatto che ogni volta che non si ha tempo per curare la propria barca con le proprie mani, quello è il momento in cui si è costretti a sbagliare.

Ci abbiamo pensato tutta una settimana e alla fine abbiamo detto di sì. Che non avremmo lasciato da solo Luca nella sua ennesima sfida a crederci. Le previsioni per il week-end promettevano il peggio possibile. Ma non si può far finta di non sentire il richiamo che viene dagli amici. Nuovi o vecchi che siano. E alla fine abbiamo messo insieme un equipaggio di volenterosi e speranzosi, per andare a portare il verbo dalle parti dell'arcipelago toscano. Ci siamo presi il venerdì di ferie e non ci siamo più voltati indietro. Ci siamo dati appuntamento a casa di Luca, il comandante, armatore e skipper di Saralù - Giorgio (alias capt. J. Aubrey), Antonio e Andrea (da sempre nell'equipaggio di Saralù quando si parla di regate) e io - e da come abbiamo diviso le due prime bottiglie di birra in cinque nella sala da pranzo della casa di Luca abbiamo subito capito che non ci saremmo lasciati più andare. Qualunque cosa fosse accaduta.

Cerchiamo di non perdere la calma e la voglia che ci ha portato fino a qui ci aiuta. Lasciamo riposare il cuore meccanico di questa bella barca, sperando che si tratti soltanto di un colpo di tosse di fine stagione. E riproviamo ad accendere il motore. Ma quella maledetta spia rossa e assordante continua cocciuta il suo odiato lavoro. Niente. Non c'è niente da fare. Anche lo sfiato dell'acqua sotto la poppa non canta come l'orecchio del comandante vorrebbe sentire. Mentre aspettiamo Luca fruga dentro la vaschetta del raffreddamento e trova una manciata di piccole cozze. Ce ne sono tante qui, negli allevamenti del golfo di la Spezia. Ma sotto la pancia di Saralù queste prelibatezze sono soltanto un fastidio. Forse il sommozzatore ha avuto un po' di fretta. O forse ha lavorato come se la barca non fosse la sua. Bisogna dare un'occhiata. Magari il problema è alla girante. Si deve tornare indietro. In porto. E provare a indagare. Tanto in autostrada avevamo già deciso di partire dopo le quattro. Forse la sfortuna ha sentito le nostre parole. E non vuole cambi di programma. Colpi di testa e slanci d'amore.

Riaccendiamo il motore per puntare piano piano verso la marina di Fezzano. Ma il buio diventa ancora più buio. E dal nero dei comandi del Volvo 40 non arrivano più segnali di vita. Non c'è più spunto. E' partita anche la batteria. Ci eravamo attaccati alla piccola certezza di un problema e ora un secondo non ci sta proprio dentro la nostra capacità di sopportare. Le teste di quelli più esperti si interrogano e vanno a cercare nelle cartelline addormentate della loro memoria un'altra situazione analoga. Dove due guai di questo genere si erano ritrovati insieme a fare uno scherzetto. E a come si era risolta allora, la situazione, per tornare a navigare. Il rientro in porto è a questo punto ancora più indispensabile. E le nostre menti provano a immaginare quanto sia duro e aspro il pensiero di dover rinunciare. Ci attacchiamo al poco vento che soffia dentro il golfo e cerchiamo tentoni lo spazio vuoto che ci divide dalla banchina rassicurante della marina.

Ma anche il vento, questa sera, soffia dalla parte sbagliata e allora puntiamo su porto Lotti e sulla banchina del benzinaio che a quest'ora di notte sarà sicuramente libera ed è un luogo facile dove ormeggiare. L'equipaggio distribuisce i propri compiti mentre metà dei nostri occhi si lascia distrarre preoccupata, seguendo il bagliore dei lampi che la fuori cominciano ad apparire. Ci si mette a prua perchè il buio della notte e la fretta non ci induca in nuovi errori. E scorgiamo, non segnalate, grandi boe abbandonate tener al collo ormeggi di navi in fin di vita, in attesa di cure lente e laboriose. Ma si capisce subito che la sera non è sera. E anche il vento smette di darci una mano. E ci lascia immobili e stupiti a mezzo miglio dalle luci rossa e verde dell'ingresso del porto. Ci attacchiamo alla radio e cerchiamo un po' di collaborazione. E una barca appena entrata in porto proveniente dal nulla di questa notte ci viene a dare una mano. E ci accompagna fino alla banchina del benzinaio. Per questa notte siamo salvi. E domani poi vedremo che cosa si può fare.

Il porto dorme e ha le lenzuola tirate su fino alle orecchie. Gli addetti del servizio notturno ci aspettano in piedi in banchina, gentili e assonnati si chiedono che cosa ci facciamo, fuori in barca, a quest'ora della notte. Ci dicono che se abbiamo bisogno ci possiamo fermare. E che domani il benzianio e i meccanici del cantiere alle sette ricominciano a lavorare. Ringraziamo il loro buon cuore e li vediamo ritornare seduti sopra una comica macchinina elettrica che ci fa immaginare di essere dentro un sogno. Che ci divertiremo a raccontare. Luca tira fuori gli attrezzi e comincia ad armeggiare sotto la scaletta della sua barca. Non ne avrebbe certo voglia ma si capisce subito che sa dove mettere le mani. E dopo un po' di lavoro di cacciavite estrae la girante di plastica con tre delle sei alette spezzate. Ce n'è una nuova di zecca che aspetta soltanto che le diamo una voce, dentro un sacchetto tutto stropicciato abbandonato nel gavone di sinistra del pozzetto. E mentre guardo Luca spalmare l'isolante sulla guarnizione della girante, non può che venirmi in mente quella volta dei frenelli nelle bocche. E mando giù un boccone di nostalgia pura e graffiante.

I nostri occhi cominciano ad afferrare il contorni del porto dove la sfortuna e la fortuna insieme ci hanno fatti sbarcare. A prua di Saralù, galleggia spavaldo il trimarano Tim di Giovanni Soldini. Non ha proprio l'aria di volersi occupare delle nostre piccole disavventure marine. Sonnecchia, distratto, e non si lascia trascinare. Riposa le sue lunghe dita per la prossima cavalcata tra il vento e il mare. E stranamente quell'immagine di potenza mi appare un po' squallida e oscena di fronte alle nostre piccole e grandi difficoltà di questa notte. Resta il tempo di aggiornare via sms l'altro equipaggio di velarossini che hanno deciso di aggregarsi all'avventura, volando sopra la coperta di Follow Me, partendo da Marina di Pisa. Loro dormono e siamo d'accordo di tenerci aggiornati. E' il terzo messaggio di questa notte. Prima partiamo. Poi no, abbiamo dei problemi. Poi vediamo, forse riusciamo a risolverli. Spero di mandar loro il messaggio più bello: tutto risolto. Si riparte. Ci vediamo a Salivoli.

La scoperta della mutilazione delle alette della girante ci permette di respirare e di credere. Che tutto, alla fine, si rimetterà per il meglio e potremo ripartire. Io prendo appunti per quanto riuscirò ad essere, coraggioso armatore di mare. A quanto bisogna conoscere bene e amare la propria barca. Per permetterle di sbagliare. Il cuore di Luca ha ripreso a pulsare e il sangue ricomincia ad arrivare caldo e abbondante fin dritto alla testa e si rimette a pensare. Al fatto che se ha saputo risolvere un problema serio come quello del motore anche per il guasto alla batteria si deve trovare un rimedio. Si da da fare ancora con gli attrezzi e Antonio gli da una mano. Prima si prova a fare un ponte tra una delle batterie di servizio e quella del motore. Ma il cavo per il cavallotto è troppo sottile. Allora decide di sacrificare una delle batterie dei servizi e di provare a vedere cosa succede. E Luca dimostra di saperla lunga. Il Volvo si rimette a cantare. E il sibilo agghiacciante dell'allarme finalmente tace e acconsente. Siamo davvero invincibili.

Sono le 4.45. Giusto un po' di ritardo sulla tabella di marcia di un copione che nel giro di quattro ore abbiamo riscritto da capo più e più volte. Senza essere sicuri di che cosa potevamo mettere nel finale. Tutti i punti interrogativi sparsi sulla superficie in teak del pozzetto di Saralù vengono soffiati via dalla competenza e la forza d'animo del suo comandante. E tutto l'equipaggio si rilassa e ricomincia a sognare. Si decidono i turni per quel che resta della notte. E i nostri occhi si appendono sulle piccole speranze delle stelle che bucano con la loro luce le previsioni infauste di una notte difficile da passare per mare. Ci attrezziamo con le cerate perchè il timore dell'acqua persiste e non possiamo farci cogliere impreparati. Mi accoccolo dentro l'abbraccio morbido della poppa di questa barca che sembra ricordarsi di me, di quell'altra notte passata a sussurrare. E che ancora una volta. come in un magico e insperato incanto, distende la sua accogliente coperta. E affido la mia mano dentro la sua mano. E mi accompagna. Un'altra volta. A navigare.

'...tic tic toc tac toc tic tic tic tac tic toc tac tic tic tic toc tic tac...'

Alla fine le previsioni avevano visto giusto e la pioggia è arrivata. Le sante cerate fanno bene il loro lavoro e anche gli stivali, comprati solo questa mattina nel grande magazzino sotto casa, risultano oggetti davvero indispensabili. Non sono nemmeno in grado di guardare una regata in tv ed eccomi qui a sfidare pioggia e perturbazioni per inseguire il sogno recente ma stregato di navigare. Ho preparato con cura la borsa la sera prima, e ho messo dentro tutto quello che mi è sembrato di capire non potesse mancare. Per sfidare la fortuna. Antonio e Giorgio sono scesi in cuccetta a cercare un po' di sonno mentre Luca il capitano, Andrea e io facciam da spalla al sapiente lavoro del pilota automatico. La Spezia perde piano piano la sua presenza dentro i nostri sguardi e la nostra memoria. Abbiamo bisogno di dimenticare. Tutt'intorno i temporali accompagnano la nostra testardaggine. Ma Saralù, sorniona, si infila dentro una via che solo lei vede. E che la pioggia ha risparmiato fino a questo punto.

I nostri occhi si stringono. Di sforzi e di intesa. Abbiamo messo in conto che questa doccia possa durare per tutto il viaggio che ci aspetta sino ad arrivare a Salivoli. Ci ripariamo, come possiamo, sotto il tettuccio blu paraspruzzi con un occhio sul timone e sulle invisibili mani che governano questo attimo di andatura fantasma. E uno dietro. A misurare la lontananza dei lampi che accendono il vuoto di colori di questo inizio mattina. Al cellulare Paolo Spray dice che l'altro equipaggio di velarossa ha riposato qualche ora e adesso è pronto per partire. E che ci si vede alla meta. E mi sembra già di vedere apparire da lontano la sagoma di Follow Me e i visi noti e felici dei miei nuovi amici. Le lancette scorrono coperte dalla cerata e l'alba arriva sottile e silente, risparmiando la sua inutile luce. Abbiamo passato la notte in bianco ma tutto ciò è niente se pensiamo al rischio che abbiamo corso. Di non poter salpare. O di doverlo fare in ritardo. Lanciandoci in una corsa disperata contro il tempo.

Scatta l'ora stabilita per il cambio. E i turni sono turni e non si può scherzare. Non ho voglia di andare a dormire. Ormai le emozioni mi hanno svegliato. Per sempre. E pur di risparmiare ai miei compagni la fatica di rimettersi la cerata e di lavare via il sonno dei loro visi, raddoppierei il mio turno, per qualche altro miglio ancora. Ma poi mi convinco che magari il mio aiuto può servire più avanti. Quando saranno gli altri ad essere stanchi. E lascio cadere morbido il testimone dentro le mani assonnate ma oneste del nuovo turno. Tolgo la cerata in piedi sulla scaletta per cercare di portare meno acqua possibile sotto in coperta. E mi accorgo in un solo momento perchè avrei voluto rimanere la sopra per qualche ora ancora. Le onde accarezzano la pancia di Saralù. Che non può fare niente per proteggere la mia di pancia che protesta e mi minaccia. Mi devo distendere velocemente o rivelerò troppo presto la mia inesperienza di mare. Mi infilo in cuccetta e respiro profondamente. E rido delle mie paure. Delle mie vergogne. E affido il mio sonno alla fisarmonica lenta e afona del motore.

Il silenzio mi sveglia con una inevitabile frustata. Non posso aver dormito tanto ma il mio cuore dice che è abbastanza. Il motore è scomparso così come il ticchettio delle gocce sulla coperta. E una lama di luce si conficca dall'oblo fin dentro la fodera blu del mio sacco a pelo. Le voci in pozzetto sono liete e forti e riconosco i passi di un equipaggio intento a issare vele di speranza. Mi affaccio salendo lento dalla scaletta. E vedo subito le belle facce di Luca, Antonio e Giorgio che mi guardano soddisfatti. Di quel che hanno fatto e delle promesse di vento e di vela che di li a poco sapranno mantenere. Il sonno scappa via come un animale pauroso. E mi attrezzo per riconquistare il mio posto in coperta, tra sorrisi amichevoli e sguardi illuminati. Sono soltanto le dieci e la giornata si prospetta ricca e lunga. E mi accorgo che è soltanto venerdì e che in questo momento dovrei essere al lavoro. Giro lo sguardo attorno a me e scruto le pareti nuove e infinite di questo strano e inatteso ufficio che mi accoglie oggi con le sue aspettative. E un pezzo di cioccolato comperato la sera prima in autogrill è la colazione più deliziosa che si potrebbe mai sperare di addentare.



'....shftsshhhkhsss.... shftsrsfthhkkk.... SARALU'-SARALU'-SARALU' DA FOLLOW ME, CAMBIO..... SARALU'-SARALU'-SARALU' DA FOLLOW ME, CAMBIO.........shftsshhhkhsss.... shftsrsfthhkkk....'

La radio chiama la nostra attenzione. Non siamo soli e lo sappiamo da un pezzo. Paolo e il figlio Andrea, con Gianni e Alvaro, se abbiamo fatto bene i conti, in questo momento dovrebbero essere soltanto a qualche miglio da noi. E' un po' che a sinistra vedo una barca a vela che procede a qualche miglio più o meno alla nostra velocità. Ma la mia scarsa esperienza in fatto di mare e di distanze sull'acqua non mi ha fatto fiatare. E poi non può essere che con tutte le barche che ci sono in giro, quella sia proprio Follow Me. Poi penso che è venerdì. E che dovrei essere al lavoro. E che forse un sacco di altra gente se ne sta seduta davanti alla propria scrivania in ufficio e non ha davanti questa immensa possibilità. Di vento e di acqua. Sopra e sotto. E quasi mi manca il respiro. Ma sì, non possono essere loro. Sarà qualche fortunato che ha deciso di andare in ferie di settembre.

'...SARALU'-SARALU'-SARALU' DA FOLLOW ME... VI VEDIAMO... CAMBIO...'

Come al solito non ci ho preso. E sono sempre così felice di fare questi errori. L'equipaggio si anima. Qualcuno scende sotto coperta e agguanta la radio. Luca ricompare con un binocolo acquistato da poco e lancia il suo sguardo sopra quel pezzo di mare che ci separa dall'ennesima emozione. Ho stampate nella mente le belle faccine dei nostri amici di velarossa e non voglio pensare al momento di quando le rivedrò sfilare al nostro fianco ritti sulla coperta di quella magnifica barca che per ora ho potuto ammirare solo sulle foto del sito. Sì, quelli sono loro, chi vuole dare un'occhiata. Mi metto in equilibrio come posso e mi accorgo che in barca tutto diventa difficile. Anche guardare dentro un binocolo, cercando di mettere a fuoco un oggetto piccolo piccolo come una barca in movimento a qualche miglio da te. Senza che lo stomaco ceda irrimediabilmente. Al primo sguardo vedo poco. O forse niente. Ma la linea rossa che attraversa lo scafo di Follow Me riga per sempre la linea del mio sguardo. E quell'immagine si ripeterà in infiniti fotogrammi. Da conservare e portare a casa.

Siamo marinai, è vero, ma la tentazione di sentire le loro voci e prendere accordi per l'arrivo e la serata e per sapere come è andato il loro viaggio è troppo forte. Ci attacchiamo al cellulare e Paolo risponde subito all'invito. Sono a qualche miglio da noi e anche loro col binocolo hanno curiosato dentro il segreto del nostro viaggio. Anche per loro acqua e poco e troppo vento, allo stesso curioso momento. Ci diamo appuntamento al porto di Salivoli. Che deve essere proprio dietro quell'ultimo costone di roccia là davanti. Solo adesso possiamo sentire sulla pelle di essere arrivati. Chissà. Forse ci credevamo tutti e forse non ci credeva nessuno. Per come si era messa questa notte. Sogniamo la stretta delle loro mani. I loro sorrisi. Ricordiamo il suono che fanno le loro voci. Quando ridono. E il pensiero è solo per quando ormeggeremo, chissà magari vicini, e potremo raccontare. Tutto quello che ancora non sappiamo. E abbiamo quattro ragioni in più per arrivare.

Il binocolo è ancora in coperta, e passa di mano in mano. Ognuno ha un motivo diverso per guardare. Chi per ricordare e riconoscere. Chi per scrutare e capire. Capitano Luca non è tranquillo. Eppure il peggio è passato. Mi guarda. Ci pensa. E sorride. E prende la sua ennesima decisione. E anche questa si rivela giusta. E di cuore. Che senso ha, dice, darsi appuntamento fino a Salivoli, dopo che abbiamo fatto tutta questa strada per incontrarci. E non c'è nemmeno bisogno di dirlo. Ruota il timone di Saralù che ringrazia e si butta alla caccia di una nuova amica di mare. Sul ponte di Follow Me ci tengono d'occhio. E subito capiscono. Che il legame è troppo forte. Che il magnete di Velarossa risponde e reagisce quando la forza del cuore e del vetroresina chiamano. Le due barche si cercano. Si puntano. Si sfidano. Si trovano. Si annusano. Si sfilano. E si salutano. E dai loro movimenti non ci credo che non abbiano un'anima. Sottile e reattiva. Calda e affascinante. Solida e coraggiosa. E' tutto è così assurdo. Nella sua lucida e limpida bellezza.

Quattro sorrisi.
Quattro paia di occhiali da sole.
Quattro cerate colorate.
Quattro mani che agitano il loro saluto.
Quattro voci che saltano sulle onde di questo mare grigio e stanco.
Quattro visi si specchiano dentro i ricordi della mia testa.
Quattro frasi si accavallano, nella fretta di riallacciare un discorso.

E non riesco a capire come tutto questo possa accadere.
Ancora una volta.
Sempre uguale.



'...frrrffrrr....shhhhhsssh......hghhghhghh.....fffffsffffffdff....sshhhshhfhhsh​...'

C'è ancora un sacco di luce nel canale tra Piombino e l'Elba. E qui, ci dicono, il vento è sempre una garanzia. L'appuntamento ai pontili di Salivoli con Simone e gli altri amici di veLista è per le ottoemmezza. Li abbiamo sentiti un po' di volte durante il trasferimento. E questa sera tocca a loro fare gli onori di casa. Hanno prenotato in un locale del centro storico. Ci stringeremo e staremo bene. e racconteremo tutto quello che abbiamo visto in questo lungo viaggio di avvicinamento. Abbiamo voglia di muovere un po' le mani. E il sole che si è alzato negli ultimi minuti ci lascia dimenticare per un attimo la presenza opprimente delle cerate. Distribuiamo i compiti in pozzetto. E giochiamo a far le prove. Che nessuno di noi sà bene quel che ci aspetta domani allo sparo del cannone.

Jack è quello che in fatto di regate la sa più lunga. E i romanzi, questa volta, non centrano. Alle sue mani chiederemo di accarezzar la randa. E al suo intelletto quello di inventarsi qualcosa per farci arrivare il prima possibile alla boa di disimpegno. Da quando siamo partiti Antonio salta come un grillo da una parte all'altra della barca. Starà a lui mettersi sdraiato a prua a controllare i casini che saremo sicuramente capaci di fare. E a urlare tutto quello che gli viene in mente con il suo spassoso accento partenopeo. Andrea e io cercheremo di imbrogliare il meno possibile drizze e scotte in pozzetto. E mentalmente ripassiamo i passi di danza che i nostri compagni coreografi hanno scritto proprio per noi. Ballerini impacciati in un casting crudele. Capitano Luca starà dove è giusto che stia. Al suo posto. Al comando. Dell'equipaggio. E alla guida. Della sua fedele compagna.

Il vento cresce. E insieme a lui la nostra eccitazione. Saralù sbanda che è un piacere. Corre sbarazzina lungo il crinale di un colle, felice di sentire il vento giocarle tra i capelli. E gli occhi di Luca si strizzano, contro il sole e contro il vento. E la guardano, innamorati, soppesando la dolcezza e il valore di quel gesto. Noi ci diamo da fare, eseguendo nel modo meno goffo i compiti assegnati. Ma è difficile non provare imbarazzo. Non sentirsi di troppo, dentro quell'elegante scambio di gesti affettuosi e di carezze, tra il capitano e la sua bella di sempre. Ne abbiamo fatta di strada, questa notte, sul suo ponte. L'abbiamo vista soffrire e lamentarsi. Affidarsi docile e speranzosa alle cure del suo esperto istitutore. Chiudo gli occhi e non ci penso. Mi lascio catturare dall'ennesima inspiegabile magia. Mi concentro sui miei piccoli gesti. Calcolando il loro effetto con il massimo della precisione. Perchè è questo che il grande regista mi chiede. Perchè il fotogramma scatti in tutta la sua dinamica perfezione.

Giochiamo lenti ed eleganti, cercando le manovre più fluide. Un vento soffiante e leggero, da sogno, ripaga i nostri sforzi, corregge i nostri sbavi. Possiamo lanciarci, dimenticando per un attimo il profittevole legame con la giusta rotta. Tanto manca ancora un po' di tempo a suonar la ritirata. Davanti a noi l'Elba sorride. Di sogni e di ricordi. E stupisco me stesso nel pensare quanta strada ho fatto questa notte, dentro l'apparecchiarsi di un sogno che si ripete eterno. Allunghiamo ancora un po' il bordo, che da questa parte non c'è limite all'infinito. Immaginiamo, tutt'insieme, il profilo di una boa ideale, dietro cui virare per scendere in picchiata. Urliamo in coro lo scandire dei comandi, come se la voce forzata e urlata ci desse coraggio. Ma è così difficile sintonizzare i gesti ai suoni, dentro quel delicato e armonioso conflitto, che da sempre regna, tra tecnica e istinto. Ma la prova generale, alla fine, ci soddisfa. Non si discosta tanto dall'immagine affettuosa che abbiamo di noi, dei nostri limiti e dell'esperienza, che a molti ancora manca. Guardiamo l'orologio e rimandiamo. Ci aspettano comuni incombenze. E l'abbraccio fraterno degli amici. E un porto. Che ci aspettano.

Capitano Luca ordina di ammainare e suggerisce paterno di indossare di nuovo le cerate. Mi stupisco di come preveda, sempre esatto, il mutar del tempo, come se la pioggia rispondesse a un suo segreto richiamo. E nel momento che dovrebbe essere il più dolce, quello del rientro dentro a un porto, dentro l'abbraccio della terra, il temporale di nuovo si scatena, come volesse rimproverare la nostra insulsa invadenza. Alla nostra sinistra spuntano in un attimo gli alberi delle barche che dormono a Salivoli. Puntiamo, per ripararci, dritti sulla banchina del benzinaio (ancora una volta!). Proprio sotto la torre della capitaneria. Dove stanno riparate le risposte alle nostre domande per la sera. Si ormeggia in fretta e in sicurezza. Giusto il tempo di sbarcare e correre verso un riparo. E la calamita dell'asciutto e l'abbraccio degli amici di sempre attira a se le sagome colorate dei marinai.

Lenti umide degli occhiali.
Gocce bagnate sulle cerate.
Sorrisi allargati e affamati.
E braccia che stringono braccia.
Forti. Sicure. Promettenti.
E il tempo e la fatica svaniscono.
E capire, finalmente, che tutto ha un senso.
E ti ficchi dentro la testa degli amici nuovi.
Vorresti rubare dai loro occhi quello spettacolo.
Di questi uomini stanchi e bagnati che si abbracciano.
Che hanno trovato terra.
E amore, forse.
Come mai, forse, avrebbero immaginato.


'...cinque...quattro...tre...due...uno... BANG!!!!...'

Ci siamo. Questa gazzarra di barche e di colori. Di urla e di spruzzi. Di ordini perentori e di dolci consigli. Questi schiocchi di vele al vento. E il grattare sonoro dei winch. Questi respiri affannati e queste imprecazioni. Questa eccitazione e le voci che scoppiano. Questo accelerare infinito di mille gesti forti e composti. Questa agitazione che sento dentro il cuore. Fin dentro la gola. Fin dietro il pulsare degli occhi. Questa paura, sotto le dita, irreparabilmente di sbagliare. Questa incredibile scomparsa nella testa di tutto quello che so. E che dovrei ricordare. Questa voglia che hai di spingere con le mani, le gambe, con tutto te stesso questa barca che sotto i piedi ti sembra inchiodata. Sulle onde del mare. Tutto questo e tutto il resto. Tutto questo, mi hanno detto, è una regata. E, mio malgrado, ci sono dentro.

Tutto accade nello stesso identico istante. Ti sembra si essere ancora seduto al tavolino del bar della marina, a dividersi brioches e cappuccini. E a giocare il rito elegante e affettuoso di sempre. Di chi avrà l'onore di pagare. Per tutti. Credi di stare ancora in porto, a mettere ordine tra le drizze e le tue idee. A provare con la mente le mille mosse che tutti si aspettano oggi da te. E invece tutto sta accadendo. Ed è a un attimo dall'essere già accaduto. E non c'è nemmeno il tempo di sovrapporre quelle immagini che trascorrono veloci sullo schermo delle tue incredibili percezioni con quelle che ti avevano raccontato. Solo qualche milione di anni fa. Tutto accade. Ed è incredibile quanto movimento, quanti colori, quante mosse, quanti pensieri trovino spazio in uno spazio così piccolo. Come il pozzetto di una barca. Che in questi istantanei minuti è grande quanto il mondo intero. E le sue infinite possibilità.

E' strano e incredibile. Questo pazzo modo che abbiamo di vivere. Che ci accontentiamo di ascoltare che ci raccontino com'è. Senza avere il coraggio, o la fortuna, di provarlo. Veramente. Vedo queste barche, che mi sembrano tutte belle e desiderabili. Vedo quei capitani, tutto esperti e risoluti. E quegli equipaggi, forti e coraggiosi. E mi sembra di essere così poca cosa, al loro confronto. Poi mi basta sentire il suono delle voci dei miei compagni. Vedere la nostra barca che vira elegante, sotto i comandi di Luca, il suo capitano. Stupirmi nel vedere avverarsi, come d'incanto, le previsioni che fa Giorgio dei movimenti delle altre imbarcazioni. Preoccuparmi di come non possa cadere in acqua Antonio, abbarbiccato sulla prua saltellante di Saralù. Sentire dietro le mie spalle la presenza rassicurante di Andrea, che abbandona le sue manovre per aiutarmi con il winch che con la sua forza cocciuta, mi violenta il palmo delle mani.

Mi basta solo questo per capire. Quanto sia unica ed eccezionale l'occasione che mi è capitata. E che me la devo giocare tutta. Fino in fondo. Quanto è valso mettere da parte la paura e la vergogna. Quanto è valso avere il coraggio di sognare. Giù. A capofitto. Un'altra volta ancora. Con la fame di sempre di cose nuove. E di opportunità. Da giocare. E quanto ci si possa sentire forti e uniti. In bilico sulle onde del mare. Appesi al progetto comune di arrivare. Da qualche parte. Nel minor tempo possibile. Usando tutte le possibilità che la natura ci offre. Su questo vasto specchio d'acqua. Che ci tiene lontani. Dal porto di Capraia. E dalla voglia di risentire terra sotto i piedi. Di riabbracciare le braccia degli amici. Di mettere qualcosa sotto i denti. Dentro lo stomaco. Di accarezzar le gole. Che hanno urlato e soffiato. Per un giorno intero.

Scoppia il colpo di pistola e scattiamo. Ed è come in un sogno. Perchè tutto va - veloce - al rallentatore. Tratteniamo il respiro e soffiamo su quelle vele che non si vogliono gonfiare. Studiamo, strizzando gli occhi, quei piccoli movimenti che ci dicono che stiamo per avanzare. Prendiamo ad occhio il riferimento delle altre barche. Come se fossero un paletto. Piantato dritto e fermo sulla superficie del mare. E invece. Se solo ci svegliassimo da questo irriverente sogno. Potremmo capire quanto i nostri sforzi sono scherzi di bimbo. Che gioca per il gusto di giocare. Quanto i nostri affanni disturbano il lento incedere della nostra barca che taglia in due l'acqua con la sua caparbia e cocciuta volontà. Di non tradirci. E troviamo, come d'incanto, il ritmo del nostro respiro. L'intervallo dei nostri agitati pensieri. E i nostri occhi saltellano lungo il profilo della criniera d'acqua di Saralù, cavalla selvaggia di mare.

Tutti scattano in avanti e sembrano, in un solo attimo, difficile da catturare. Come bambini davanti all'uscita della scuola. Prima tutti per mano e poi, al solo suono della campanella, tutti corrono, pazzi di felicità verso mete incredibili e nascoste. Dentro le loro teste. La flotta scoppia da tutte le parti di questo specchio di mare. Come un fuoco d'artificio. Sorprendente e colorato. Ognuno sa il fatto suo e lo mette in opera. Noi puntiamo dritti verso la meta. Ma in un attimo le altre barche mangiano tutto il poco vento che oggi ci è stato destinato. Vedo le altre barche avanzare più veloci di noi ma mi costringo a credere che sia la mia inesperienza a non saper vedere. Teniamo duro. Dentro i solchi di una rotta che Giorgio ha saputo immaginare. E quando è tempo di provare la prima virata ci accorgiamo che aveva ragione. Che possiamo recuperare.

Il prossimo obiettivo di tutti è la boa di disimpegno. Che il comitato ha ordinato di lasciare sulla sinistra. E nessuno vuol lasciar spazio ai desideri degli altri equipaggi. Almeno una mezza dozzina di barche si è già lasciata alle spalle quel primo scoglio da abbattere. E corrono veloci verso il mare aperto. Piano piano, come in gioco da tavolo che prende forma, ci accorgiamo che la nostra rotta ci mette in una situazione favorevole rispetto ai nostri diretti avversari. E sono centimetri. E sono attimi, E sono battiti di ciglia. E di ali. E aliti di vento. E la nostra titubanza. E la loro esperienza. Che decidono. La vita e la morte. Ci infiliamo. Come quelli che la sanno lunga. E proprio nel momento in cui la virata ci avrebbe permesso di cominciare come si deve ci perdiamo. Dentro l'incertezza di una manovra. Che proprio non era il momento di sbagliare.

Viriamo. Lontani. E ci vuole un po' prima di rimettersi in carreggiata. Di trovare i binari per la nostra cavalcata verso l'isola. Che sorride e ci aspetta. Non riesco a togliere dagli occhi l'emozione del passaggio alla boa. Vedere le altre barche da così vicino. E scorgere la loro indomita anima. Che non vuole mollare. E sulle spalle mi cade il peso. Della netta percezione. Che in barca, come nella vita, non ci si può nascondere. Dietro il coraggio e la volontà di chi ti accompagna. Il vento, quest'oggi, è parco di regali. Gioca con le nuvole. E a farci spaventare. Ed è solo grazie alla solita magica intuizione del nostro capitano se riusciamo a farci sorprendere dall'ennesimo temporale dentro le nostre sante cerate. Avanziamo. Spostandoci sulla coperta di Saralù. Perchè il nostro inutile peso di animali terrestri possa almeno aiutarla a procedere diritta. Senza troppo sbandare.

Gli occhi e le mani a misurar distacchi e riprese. E c'è anche il tempo di fare qualche foto. Mentre Luca non toglie gli occhi dalle ali bianche di Saralù che corre divertita. Quasi senza sapere. Ci manteniamo in bilico tra le posizioni faticosamente conquistate nelle miglia che ci distanziano dal passaggio alla boa. Davanti a noi le barche sono tante. Ma anche dietro le sagome degli inseguitori non sono poche. E a qualche metro da noi la magnifica barca in lamellare di Simone ci dice, con la sua vicinanza, che non stiamo andando affatto male. Ma il vento cala e cambia spesso di direzione. E' il momento di inventarsi qualcosa. E anche questa volta le previsioni del capitano non si fanno aspettare. Ed è la volta del gennaker. Che con le sue forme generose prende piano piano il posto di un genoa stanco d'ingaggi e di vento troppo debole per regatare.

Mister gennaker sà il fatto suo ma non basta il tempo per gioire. Il vento si burla di noi. E di tutti gli altri equipaggi che ci hanno imitato. Tanto sforzo e tanto tempo perduto per nulla. O quasi. E come succede spesso in barca si ricomincia tutto da capo. Con la stessa inesorabile voglia di riprovare. Si torna alle vele dello stesso colore. E tocca ancora alla sapienza di Luca e al suo sottile e dolce dialogare con i segreti della sua barca il compito di portarci fuori dall'odiosa bonaccia di vento. ma è un attimo. E tutto, davvero tutto, precipita. Dentro la voragine di un pozzo che non avevo visto e che si apre, come una botola famelica dentro i sottili equilibri della nostra capacità di comunicare. E in un attimo è il buoi dell'incomprensione. Si spezza il filo del sogno comune.

Luca sbarra gli occhi all'orizzonte e comincia ad urlare. Non capiamo i suoi richiami. E se sta scherzando oppure se è davvero spaventato. Urla di ammainare e ripararsi. Di buttare giù le vele e di non pensare. E non capiamo. E stiamo impalati a guardarlo preoccuparsi. Della nostra incapacità a reagire. Poi ci indica verso l'orizzonte la fonte delle sue paure. Guardo. Ma non capisco. Ed è la voce degli altri membri dell'equipaggio che mi permette di capire. Una tromba d'aria. Una tromba d'aria marina all'orizzonte minaccia di giungere sul campo di regata in un attimo. Il capitano non vuole rischi. Per il suo equipaggio e la sua barca. E comanda di ammainare. E' un attimo. Troppo lungo per restare tranquilli. Alla fine l'equipaggio si muove. E per fortuna la tromba marina ha altri pensieri e corre dalla parte opposta alla nostra. Ci buttiamo sulla radio e avvisiamo la regata dell'avvistamento. Ma raccogliamo solo l'ok distratto della barca giuria che ci autorizza, se vogliamo, a rinunciare.

Restiamo così. Per un lungo e indefinito spazio di tempo. In mezzo ai nostri timori e alle nostre indecisioni. La tromba marina si allontana definitivamente. Mentre la regata assiste impassibile, dentro una bolla enorme di mancanza di vento. Le barche lontane la davanti proseguono sbandate, catturando tutto il vento che c'è dall'altra parte del mare. Mentre qui dietro tutto si è fermato. Sospeso. In attesa di una nostra decisione. Riprendiamo. Accarezzando le ferite che abbiamo per fortuna solo temuto di sopportare. Le vele e l'equipaggio riprendono il loro posto. E ci muoviamo lenti e guardinghi. A cercare di ricostruire lo spazio che ha diviso i nostri pensieri. Le nostre percezioni. E la rete, piano piano, si ricompone. E l'accordo, tacito e manifesto, è di rimandare la discussione a stasera. Tutti attorno a un tavolo. Con un bel bicchiere di vino in mano. E il sorriso, disteso, dentro gli occhi.

Avanziamo incredibilmente piano e l'isola è lì. Sembra a un palmo di mano. Il vento gira su sè stesso, sbarazzino, e si infila dove non dovrebbe burlandosi del nostro serioso impegno. Qualcuno, dietro di noi, ammaina e accende il motore. Non ha voglia di farsi canzonare dalla solita ingrata natura che si mette in mezzo ai sogni dei volenterosi marinai. Il rumore dei cavalli motore arriva fin dentro il pozzetto e si insinua. Dentro i dubbi della nostra testa. Ma basta uno sguardo per capire. Che nessuno vuole ritirarsi. Vuole mollare. E ci infiliamo. In un dedalo di piccoli tratti di bolina per cercare di afferrare il profilo di quell'isola. Che si sembra sfuggire. Proprio quando sembra possibile poterla catturare. Un lato buono e poi si vira. E l'isola copre i nostri sforzi con una manto scuro di fallimento. E poi un altro lato e ci sembra di scorgere un particolare in più delle case a terra. E vediamo il porto. E forse anche le altre imbarcazioni che la radio ci dice, stanno per arrivare.

Le nuvole, dietro Capraia, creano coni di luce e d'ombra variopinti come la nostra voglia di atterrare. L'acqua scivola lenta ad accarezzare le fiancate di Saralù, l'ubbidiente. E un'altra virata ancora. E un altro tratto di buono. E la luce piano piano fa beffa dei miei occhiali da sole. Un'altra virata. E un altra virata ancora. E la sensazione di non saper arrivare è forte. Ma non molliamo. Giochiamo con il nostro senso dello humor e del ridicolo. E ci diamo un tempo per provare ad arrivare. Senza la sconfitta del motore. Un'altra virata. e un'altra virata ancora. E in attimo, questo sì insperato, il profumo della terra bagnata accende le nostre gole. Accarezza i nostri occhi. Massaggia i nostri cuori. Sbeffeggia i nostri dubbi. E Capraia cede. Sotto la corte insistente di questi cinque cocciuti marinai. Che l'hanno desiderata da giorni, senza darlo a vedere. Che hanno sognato il suo abbraccio morbido e profumato. Capraia si inchina. E lascia intravedere il profilo dei suoi seni tra le vesti. E i nostri sguardi si infilano, esausti e vogliosi, dentro i suoi segreti. Profumati e nascosti. Capraia apre gli occhi, per l'ultima volta, e ci saluta. E il vento delle sue palpebre in movimento ci cattura a se. Irrimediabilmente.

Una luce rossa, a sinistra, e una verde. A destra. Ormai l'ho imparato anch'io. Quello è il porto. Ed anche se è già buio lo intravedo. E anche stavolta sono io, l'uomo più fortunato della terra. E gli altri marinai dell'equipaggio mandano avanti me, e i miei occhi, a catturare tutte le emozioni che si possono provare a entrare, per la prima volta, in un porto nuovo. Accogliente e sconosciuto. Tutte le barche arrivate prima di noi sorridono magnanime con beccheggi lenti di comprensione e ammirazione. Dentro lo spazio lucido e vuoto dell'ultimo posto vacante del porto le sagome degli amici ci attendono, fraterni, con le cime d'ormeggio in bilico. Tra le mani e il cuore. Ci avviciniamo lenti e felici. E Saralù sorride. Di poppa. E non c'è immagine più limpida. Più forte. Più chiara. E sorprendente. Di cosa voglia dire tornare a casa. Quando dal mare si scorgono gli occhi degli amici. Che nonostante tutto ti hanno aspettato. Per andare insieme a te. A bere. E a mangiare.


'...brrrrmmmm... bbbrrmmmm... beep-beep... bbrrrmmm... brrrmmm...'


Non c'è quasi il tempo di cambiarsi la maglia. C'è un pulmino arancione che ci aspetta per condurci nella città alta dove l'organizzazione ha prenotato il ristorante. Per tutti i marinai coraggiosi di questa giornata. E c'è un tavolo per tutti. Anche per gli ultimi arrivati. La stanchezza comincia a farsi sentire. Sulle spalle e dentro gli occhi. E la voglia di qualcosa di solido da cacciare nella pancia è forte e totale. Lo voci degli amici. I loro racconti. I loro sorrisi. Le loro piacevoli e dolci prese in giro. Ci rilassano. Ci rasserenano. Ci accarezzano. Ci accompagnano. Loro hanno avuto anche il tempo di un aperitivo. Seduti in punta di sedia sul meraviglioso sorriso del porticciolo della Capraia. Noi ci rifaremo a cena. Che di cose ne abbiamo da raccontare. E di sete da appagare.

Al ristorante i tavoli sono quasi tutti occupati e per nessuna ragione al mondo ci vogliamo separare. Vorremmo un tavolo tutto per gli invincibili di Velarossa. Ma gli osti, si sà, non sempre sono comprensivi. Devono far quadrare i conti e lo spazio. E quasi prendiamo all'arrembaggio due tavoli vicini. Così almeno con gli occhi potremo rimanere in contatto. Ci sediamo. Ancora una volta stretti tra di noi, dentro il mondo del nostro equipaggio. E non riesco a immaginare come potrà essere lunedì, quando tutto questo sarà finito. Come farò a staccarmi da queste belle facce stanche e stravolte che mi sorridono e accompagnano. In ogni piccolissimo gesto di distensione.

Una bella bottiglia fresca di vino bianco cade con un piccolo tonfo sulla tavola. E senza che ce ne accorgiamo arriva anche un cestino di pane. E questi due piccoli gesti sono manna per i nostri occhi. E per i nostri sogni lunghi tutto un giorno. Distribuiamo, fraterni, quel poco che abbiamo. Ed è incredibile constatare quanto tutto ciò basterebbe per dirsi felici. E appagati. Senza più bisogno di nient'altro. Le chiacchiere scorrono, finalmente calde e festose. Tutta la tensione i dubbi le preoccupazioni sono dietro le nostre spalle. Soddisfatti. Del niente. E del tutto. Dentro il vortice calmo e tranquillo dell'inafferrabile felicità che danno il mare, l'amicizia, la vita stessa, forse.

Alziamo i bicchieri verso gli altri amici invincibili. E vorrei avere la velocità di mille sguardi per non lasciar nessuno, per ultimo, dietro i nostri sorrisi. Ancora non mi capacito. Ancora non ho ben chiaro cosa abbiamo fatto e come anch'io abbia potuto. E faccio fatica a mettermi in contatto con il mondo da cui provengo. Mando qualche messaggio di sicurezza. Qualche squillo di rassicurazione. Ma è come se dall'altra parte del filo capissero che sono partito. Per sempre. E se potessi non farei ritorno. Le pietanze cominciano a scorrere e a girare. E i nostri occhi dividono idealmente le portate in cinque parti uguali. Con il gesto naturale di questi ultimi giorni. Come se questo equipaggio fosse il nucleo ideale della nostra esistenza.

Ed è come fossimo ancora dentro il pozzetto di Saralù. I gesti sono brevi e sicuri. Certi e misurati. E ci sporgiamo, guardinghi e sospettosi, oltre il confine dei nostri comuni pensieri. Come se il mondo bussasse alla nostra porta e non lo sentiamo. Mangiamo, beviamo e ci conosciamo. E scopriamo (come potrebbe essere possibile diversamente?) che avremmo potuto incontrarci milioni di altre volte, dentro gli spazi eterni e immaginari dei nostri sogni. E delle nostre passioni. In un cinema. A un concerto. Tra gli scaffali di una libreria. Ed è sempre una scoperta trovare, dentro questo mondo che piano piano più non ci appartiene, un fratello nuovo. Dietro l'angolo di una via casualmente percorsa.

I tavoli-pozzetti piano piano allargano le loro maglie. E c'è il tempo e la voglia di fare amicizia, soffiando sopra le protezioni apparenti degli altri marinai. E basta allungare una mano su una bottiglia di mirto che il gioco si anima e le voci si rincorrono. E qualcuno trova pure l'occasione di innamorarsi di occhi scuri e profumati. Di curve morbide e promettenti. E' si distilla dentro di noi la dolce consapevolezza di essere tutti uguali e diversi, dentro il vortice delle comuni sensibilità. E di quanto ci stupiamo ogni volta di conoscere, dentro gli occhi e le voci degli amici, gli uomini che siamo, che siamo stati e che avremmo voluto essere.

Rincorriamo milioni di arrivederci. Ci accordiamo sugli orari delle reciproche partenze. E nessuno ha il coraggio di pronunciare la parola fatidica: ritornare. L'equipaggio di Follow Me ha meno strada da percorrere e domattina salperà di buon'ora. Il mare e il cielo, in questi giorni, ce ne hanno fatti di scherzi ed è meglio non rischiare. Lo spazio per la poesia è agli sgoccioli. E le nostre tane sono ancora lontane. Dalle parti di Saralù si decide di rimandare. Abbiamo bisogno di dormire un po' di più perchè Fezzano non è così vicina. E il viaggio sarà lungo e forse complicato. E ci lasciamo cadere per la strada fresca e buia che porta fino al porto. E mi bevo, prima di andare in cuccetta, i bicchieri della staffa dei ricordi, che i miei illustri compagni di viaggio snocciolano, cercando dentro la loro testa. Di altre notti dormite sopra il profumo di questa isola fantastica.

Ma il porto ancora non dorme. E nel pozzetto della magnifica barca in lamellare di Simone c'è ancora vita. Sostiamo, timorosi, davanti alla sua magnifica poppa. E quasi temiamo di compiere un sacrilegio, nell'apporgiarvi le nostre infedeli pedane, per rispondere all'ennesimo invito dei nostri nuovi amici. A far parte. Siamo in tanti. Ma c'è posto per tutti. E ne arrivano ancora. E facciamo dell'altro spazio dove non sembrava possibile. La magia continua, con nuove e inpescrutabili opportunità. Ci passiamo, fraterni, piacevoli testimoni di ogni genere. Con il piacere ancora una volta di condividere. Dentro un tempo infinito che nemmeno si scandisce. Un eterno esserci. Protetti e spavaldi. Nello stesso identico momento. Come dentro un pozzetto caldo e sicuro. Arrampicato sopra la spuma più alta. Dell'ennesima croccante onda del mare.


'...toc-toc... toc-toc... toc-toc...'

La luce del mattino piove leggera dentro la mia cabina. Forse dormivo. Ma mi è sembrato solo qualche attimo fa di sentire bussare sulla porta del tambuccio. O forse di aver sentito la manovra ancora assopita di Follow Me, che abbandonava in silenzio in porto per portare gli uomini del suo equipaggio alle loro case di terra. Forse. Non ho ancora ben presente cosa sia successo davvero e cosa, invece, sia rimasto un sogno. raccolgo un po' di idee e di ricordi, un po' di vestiti e il mio asciugamano e vado a cercare una doccia nel porto. Dopo tutta l'acqua che ha mandato il cielo ho bisogno di una lavata come si deve.

Al mio ritorno mi imbatto con la voglia di caffè e di brioches dell'equipaggio. Anche loro hanno un'aria ancora poco presente e quasi sonnambuli ciondolano verso la stella cometa del bar del porto. Là altri equipaggi si sono distribuiti attorno ai tavoli e fanno il pieno di quegli zuccheri che tanto serviranno per le attraversate del ritorno. Le facce sono un po' tirate, la notte è stata lunga, ma si vede che ognuno ha in mente quel pensiero triste che ti dice che tutto sta finendo. Salutiamo, con grandi pacche e grandi abbracci e tanti arrivederci gli amici di questi giorni felici. E chissà con quale coraggio pensiamo che un giorno, magari non lontano, potremo incontraci ancora. Da qualche parte.

Manovriamo in fretta per uscire dal porto. Stando ben attenti di non girarsi indietro, perchè la ferita sui nostri sguardi sarebbe irrimediabile. Preferisco ricordarmi della poca luce di ieri sera, dentro cui Saralù si è tuffata, per riabbracciare gli amici che l'aspettavano. Come se un porto esistesse solo per atterrare. E non per partire. Ci gettiamo in avanti, verso l'ennesima avventura di mare. E questa volta i primi segni di luce e di vento ci dicono che sarà una giornata come si deve. Una giornata da ricordare.

Il vento è subito teso e deciso e soffia, se dio vuole finalmente, dalla parte giusta. Bastano i primi abbocchi per capire che oggi ci sarà da saltare e da volare e Saralù fa festa sotto i nostri piedi increduli di tanta fortuna. Gli strumenti recitano soltanto a due cifre e i nostri sorrisi si fanno larghi e beati. Il mare rotola, gonfio, sotto lo scafo della nostra barca che si lancia, forte e leggera, dentro il sogno che l'aspetta. E una immensa tovaglia blu cobalto, dai ricami bianchi e smaglianti, apparecchia il nostro ultimo pasto. Ancora una volta insieme.

Salutiamo con mento Capraia e piano piano ci allontaniamo dalla sua inevitabile malattia. Puntiamo decisi verso nord, spinti dallo scirocco tanto desiderato. E il vento e il mare si danno il cambio, giocandosi il compito di a chi tocca, quest'oggi, stupirci. E accarezzarci. Mi siedo a poppa, appoggiandomi al bordo di questa magnifica visione. Una barca che si illumina, dentro una giornata spettacolare. E cinque uomini che sorridono. Dell'incantesimo insperato. Schiaccio il mio sguardo contro l'orizzonte, perchè tutte quelle onde non mi facciano far brutta figura con i miei amici. Anche se sò che saluterebbero con uno scherzo e un sorriso la mia poca dimestichezza con le cose del mare.

Penso che sono stato bene in questi tre giorni e che ho imparato una sacco di cose. E che ognuno di questi meravigliosi compagni ha qualcosa di raccontarti e insegnarti. E ti sono grati. Della tua capacità di prendere e di ascoltare. Penso e ci ripenso, mentre il sole ci regala gli ultimi suoi sorrisi. Possiamo pensare lievi e divertiti ai pericoli vissuti e passati, mentre Saralù disegna divertita la propria meta verso nord, in piena libertà. Diamo il cambio a Luca che riposa le mani e i nervi dopo due giorni intesi al timone. E in vista della verde figura dell'isola di Gorgona il capitano e il suo amico Andrea si sfidano a chi catturerà più cibo, per l'affamata ciurma, con la canna.

Dai gavoni saltano fuori esche di piuma e rapalà colorati, e si preparano le lenze, copiando e rubando i reciproci segreti. La velocità della barca e la vivacità del mare rendono tutto più difficile ma anche più divertente. Le lenze disegnano invisibili tracce del nostro passaggio sul mare, che cancella magnanino ogni nostro vano tentativo di farsi ricordare. Ma in un attimo Luca vede qualcosa e si getta sulla sua canna e comincia a recuperare. La lenza è così lunga che non si capisce se il beccheggiare del cimino è segno di cattura o pura illusione. Ma a qualche decina di metri dalla poppa intravedo lo specchio luccicante della pancia di un bel pesce. Che non ha saputo evitare.

L'equipaggio si anima e le lenze si ingarbugliano. E anche un gesto solitario come quello della pesca si trasforma nell'ennesimo rito di gruppo. Tutti si danno da fare e presto capiamo. Il sogno di tutti i traversatori - un bel tonnetto di trenta centimetri - ha abboccato e incoronato una giornata che non potrebbe essere che magnifica. Si armeggia con il guadino e lo si recupera e la sorpresa è ancora grande nello scoprire che anche sull'altra lenza c'è attaccato un altro tonnetto. Ma questo è più forte e coraggioso. E dopo averci illuso e salutato si slama. E torna la dove noi lo avevamo disturbato.

Siamo come dei bambini e non si vergognamo affatto. La magnifica cattura, proprio all'ora di pranzo, ci ha eccitato. E giù a snocciolar proposte di come avremmo potuto cucinarlo. E mangiarlo. Si opta per sfilettarlo a crudo perchè per tutti l'occasione appare ghiotta. Sentire sotto la lingua il sapore di questo mare che da giorni è il nostro mondo. La nostra vita. La nostra gabbia. La nostra cuccia. Il nostro cuore. Capitano Jack diventa in un attimo giapponese. E con il coltellaccio da cucina di Luca onora i nostri occhi stupiti. E celebra la macabra cerimonia.

Gli sono grato di essersi fatto avanti per primo. Saprei che cosa fare con quel pesce con un coltello tra le mani. Ma solo lui potrebbe occuparsi dell'operazione in bilico sul pozzetto impazzito di Saralù sotto i cavalloni. Mi basta concentrami un attimo sui suoi gesti (ancora una volta con la speranza, mantenuta, di imparare qualcosa) perchè il mio stomaco metta in dubbio la mia partecipazione, al banchetto sacrilego di quel povero animale, braccato dagli altri animali. E quando capitano Jack ha finito festeggiamo nel miglior modo questa magnifica giornata passata, ancora una volta, a sognare.

Tutto ha così dell'incredibile. Compreso questo inatteso spuntino di mare. Il sole ci accompagna ancora felice di farci da scorta e il vento non cede, non cala, come se gli avessero affidato il compito di accompagnarci fino alla fine di questo lungo viaggio. L'occasione è troppo ghiotta e Saralù si lascia timonare. Dalle mani di chi deve ancora prendere coraggio e imparare a non aver paura di scegliere. Di indirizzare, Di governare. E quando la luce spegne piano piano il suo ardire viene anche il mio turno. E la gioia attraversa ogni piccolo atomo della mia pelle.

Saralù subito mi riconosce e si ricorda dei miei sbagli. Finge di lasciar il suo destino dentro le mie mani ma ad ogni distrazione mi avvisa, dando un colpo all'orza e guardandomi di lato. E a ogni carezza data troppo di strappo il mio cuore sobbalza per la paura di arrecarle danno. Addomestico piano le mie eccitate sensazioni e seguo attento le indicazioni di capitano Luca che mi guida con la sua voce calma e pacata. Pianto bene i miei piedi sul teck coraggioso di questa barca e mi guardo guardarmi. Dentro una foto che ancora non ho scattato.

La costa ligure appare vicina e sicura. Cedo il timone al suo naturale proprietario che ci guida leggero dentro la diga del porto di La Spezia. E c'è ancora una brezza sostenuta che ci accompagna fino alla fine di questa giornata. E ammainiamo proprio solo all'ultimo, per non sprecare questo prezioso regalo. Il Fezzano ci accoglie silenzioso e orgoglioso. Di quei suoi vecchi e nuovi figli che fanno il loro glorioso ritorno. E l'equipaggio atterra coprendo lo sgomento con i mille movimenti concitati dell'ormeggio. Spegniamo i nostri sogni dentro le borse di vestiti sporchi e spiegazzati.

In silenzio svolgiamo gli ultimi compiti cercati e assegnati. Mettiamo ordine ai disastri di questi giorni. Cercando di non dimenticare nemmeno un attimo di tutto ciò che abbiamo vissuto. Progettiamo un'ultima cena in un locale affacciato sul porto. Per rimandare il triste commiato che nessuno di noi vorrebbe esaudito. Per allontanare il momento in cui lasceremo il mare. Correremo stanchi verso le nostre auto le nostre case le nostre notti di terraferma. Dentro le quali sarà impossibile non sentirsi un po' più soli. Un po' più stanchi. Un po' più inutili. Un po' più uguali.

E non ci sembra vero.
Che tutto sia accaduto davvero.
E che tutto non possa più essere vero.
Per un altro istante. Ancora. Vero.

omarp
(adesso è davvero finita...)

https://www.youtube.com/user/trixarc100
08-12-2011 01:54
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Trixarc Offline
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Messaggio: #2
Da La Spezia a Capraia e ritorno (omarp)
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https://www.youtube.com/user/trixarc100
08-12-2011 01:55
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