Il legno deve vivere e respirare
#6
Ho esperienza di due barche resinate (da altri!).
La prima un 8 metri S.I. del 1932 il cui scafo era stato resinato, su consiglio di non so chi, pensando di risolvere definitivamente i guai di un fasciame che aveva tutti i problemi giusti per la sua età.
Correttamente pitturato, come se fosse una barca in resina, e stato venduto poi per la conseguente disperazione dell’Armatore.
La seconda, più recente, di un Dinghy 12 piedi dove erano state trattate (da altri) con epossidico solo le sovrapposizioni del labbro del fasciame, e ricostruite piccole schegge di legno qui e là, ma era pitturato come si pitturano le barche in legno: le riprese in resina si vedevano, biancastre sotto il lucido della pittura trasparente.
Forse le vedevo solo io, ma non mi piacevano nemmeno un po’.
Anche questo venduto, ma per necessità contingenti dell’Armatore.
L’obiezione più corrente dei resinisti è: ma ci sono barche di legno che nascono già resinate.
Un conto è una costruzione in lamellare o compensato, dove c’è più colla (rossa o d’altro genere) che legno, le biglie di fettine sono ad umidità standard, il tutto è rivestito dentro e fuori, ed il progetto e la costruzione sono pensati e fatti per essere rivestiti in ogni loro parte.
Un conto è rivestire una struttura già in essere, pensata e fatta per essere calafatata e pitturata, con già anni ed un vissuto alle spalle.
Nel primo caso tutto è previsto, calcolato ed eseguito per isolare perfettamente ogni e ripeto ogni strato di legno.
Nel secondo caso, a parte le filosofie, ci sono troppe variabili:
- il grado d’umidità che, per quanto controllata ed apparentemente costante, non può essere identico in tutte le parti dello scafo e del fasciame, perché le varie parti sono di legni a tessitura e durezza diversi, con differenti gradi di assorbenza (impermeabilizzazione), diversità dovuta anche all’alternarsi delle precedenti pitturazioni e scrostamenti.
Ne consegue che la resina avrà differenti gradi di penetrazione, di spessore e di adesione.
All’interno dello scafo poi all’attacco del fasciame ai quinti, sfido chiunque, non rimuovendo il fasciame stesso a far penetrare la resina nei punti di contatto o ad isolare il complessivo quinto-fasciame.
Tutto potrebbe forse andare bene se non ci fossero poi i movimenti dello scafo, che si torce e s’inarca per il solo fatto di galleggiare; a peggiorare le cose poi ci sono i movimenti fisiologici del legno che respira e si dilata, anche se ingabbiato e costretto in un busto di resina, con coefficienti diversi a seconda dell’essenza, del taglio e dell’età.
Ed allora si creeranno inevitabilmente delle microfratture occulte della resina o degli impercettibili distacchi tra resina e legno, che ( neanche tanto alla lunga) saranno delle vie d’acqua verso il legno interno, che così incamiciato non avrà nemmeno la possibilità di asciugarsi.
Ad aggravare questo fenomeno c’è l’effetto della capillarità, principio fisico secondo il quale più è piccolo il diametro del vaso maggiore è l’altezza di risalita del liquido, per cui più è esigua la fessura maggiore è il grado di penetrazione all’interno del legno.
E queste sono considerazioni iniziali che Piccoletto solo le caratteristiche del legno, poi ci sarebbero da considerare i coefficienti di dilatazione della resina usata, in rapporto allo spessore dato, al tipo di prodotto ed alle eventuali condizioni di applicazione se i tempi d’intervento sono diversi.
Sta di fatto che su manufatti vecchi (se usati per navigare) la resina prima o poi si stacca.
Più è grande la struttura trattata peggiori sono questi problemi.
E’ un po’ come stuccare i fori delle viti di una coperta o di una falchetta con epossidico, invece di metterci un tappo di legno, a parte l’estetica, non è mai un buon lavoro.
Con tutto questo non è detto che non si possa fare: non tutte le cose sbagliate lo sono sempre.
Ma allora la domanda è: se lo vuoi camuffare da plasticone, comprati direttamente un plasticone e va a da via i ciapp. [:100]
Auguri.
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