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L'amata abbandonata (RMV2605D)
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L'amata abbandonata (RMV2605D)
by RMV2605D (2015)

Martedì 20 ottobre Le ho fatto l'ultima visita: giaceva immobile sotto i primi, freddi, raggi del sole, tutta imperlata di rugiada.

Senza spogliarla la ho portata al distributore per il pieno a tappo, in previsione del prossimo inverno; era da metà Agosto, all'Isola Grossa, che non beveva ma con soli 83 litri era sazia.

Con i primi refoli di borino in poppa siamo andati in mare e in poco il sole e la brezza la avevano asciugata.

Spogliate dalle coperture le vele sono salite, liberandosi dall'acqua accumulata nelle recenti pioggie e si sono distese alla leggera brezza, ora di bolina, nel silenzio non più interrotto dal borbottio del motore.

Con il sole che ormai, raggiunto il suo apice, cominciava la discesa anche il vento si addormentava e le vele, ormai asciutte, non sbattevano nemmeno penzolando immote.

Di ritorno, accompagnati dal borbottio del motore, la ho rivestita e riordinata, allentato paterazzo e stralletto e rimessi i parabordi per l'entrata in porto.

Riordinato tutto, coperti gli strumenti, sezionate le batterie la ho salutata promettendo di ritornare presto.

Giovedì pregustavo di tornare da Lei all'indomani quando, al telefono, una voce senza volto mi convocava all'ospedale per venerdì alle 10 per gli accordi per essere operato il successivo lunedì.

Venerdì, in ospedale, Laura, una bella moretta con gli occhi ammiccanti, mi accoglieva con uno squillante “Buongiorno Andrea” e, mentre una infermiera mi prelevava sangue ed un'altra mi appiccicava gli elettrodi per l'elettrocardiogramma, mi comunicava che tutto era pronto per operarmi l'aneurisma aortico sottorenale la mattina del lunedì.

Il chirurgo, da cui ero fuggito in luglio, riservando agosto e settembre all'amata barca, mi spiegava che la protesi su misura era pronta, che ero il secondo in lista in sala operatoria e mi illustrava i particolari di come la avrebbero inserita e posizionata attraverso l'arteria femorale, raggiunta con “un piccolo taglietto all'inguine”.

Un anziano anestesista mi rifaceva le domande cui avevo già risposto più volte e mi faceva firmare il solito malloppo di carte paraculo.

Infine venivo congedato con la consegna di un sacchetto con un rasoio per depilarmi dal petto alle ginocchia, una peretta da infilare dove non batte il sole e un detergente disinfettante rossiccio con cui farmi la doccia alla domenica sera e con l'appuntamento per lunedì alle 7,00 precise, digiuno dalla sera precedente.

Lunedì accompagnato dalla moglie e scortato dal figlio più robusto, per scongiurare fughe in zona Cesarini, sono sul luogo dell'appuntamento: alle 7,00 precise compare una infermiera che mi scorta, assieme al primo operando (semplice disintasamento carotide Sn, la Dx fra 15 gg), in reparto e mi assegna un letto in una stanzetta a due piena di monitor e macchine di infusione, mi invita a svestirmi e mi consegna un blusotto tutto aperto dietro, taglia unica stretta di spalle.

Due infermiere guidano il letto in corridoi ed ascensori, rallentano in ginecologia e quando chiedo, preoccupato, se non ci sia un errore di percorso mi rassicurano che presto sarei arrivato alla sala chirurgica di pediatria, prestata a Chirurgia Vascolare.
Nell'antisala passo dal letto alla tavola operatoria, numerosi esseri intabarrati di verde si affacendano su di me, montano alcuni supporti laterali, mi dispongono in croce come Cristo e mi montano sul dorso della mano destra un ago in vena con valvola a tre vie e diverse entrate, poi portano il tutto nella sala operatoria, collegano, orientano, registrano ed infine uno si avvicina, mi chiede nome, cognome e data di nascita (erano peraltro già scritte su un bracciale in plastica messomi subito all'entrata in reparto) e la risposta sembra soddisfarlo, mi chiede di contare fino a dieci, sembra facile ma al 3 cala la notte più profonda...

...quando riappare la luce sto per continuare col 4 ma mi sento afferrare da più mani simultaneamente e deporre sul mio letto: già fatto tutto!

Ripercorrono la via precedente e sono presto in stanza, rilevo sotto le coperte che un catetere convoglia le urine in una sacca appesa al letto, un drenaggio spurga dal taglio all'inguine, chiuso con 10 grafette, in un contenitore al fianco, un bottiglione mi invia in vena un liquido limpido passando in una macchinetta che lampeggia, lo stesso da un bottiglino piccolo, mi mettono la maschera di ossigeno, gli elettrodi sul torace, il bracciale per la pressione che ogni tanto mi strangola l'avambraccio e mi invitano a riposare tranquillo.

Tanto tranquillo non sono ma non posso scappare, tutto legato e collegato; nell'altro letto vegeta un anziano i cui unici segni vitali sono di muovere il braccio, interrompere il flusso dalla fiaschetteria cui è collegato con conseguente concerto di allarme delle macchinette finchè non ricompare qualcuno a tacitare e ripristinare il tutto.

Tra un concerto e l'altro e uno strangolamento dell'avambraccio ed il successivo entrano delle ragazze cicaleccizzanti, mi alzano le coperte ed il blusotto, considerano l'inguine, inseriscono una siringata di antibiotici in vena, mi fanno una iniezione sulla pancia, sostituiscono i bottiglioni vuoti e chiedono, speranzose, se avverto dolori e al reciso diniego se ne vanno (ero stato informato che alla risposta affermativa tornavano con una acuminata siringona a traforare il deretano), così passa il pomeriggio, la notte e viene martedì mattina.

Due robuste virago mi afferrano, mi spogliano, lavano, cambiano blusotto e lenzuola e in tarda mattinata passano i dottori, mi palpano, disinfettano la ferita, tolgono il drenaggio ed il catetere e mi scollegano dal monitor: finalmente libero posso indossare il pigiama e alzarmi ma, quando vengo sorpreso a fare due passi in corridoio, vengo immediatamente cazziato.

A sera vengo traslocato con letto e comodino in una stanza vicina senza monitor e con altri 3 letti, gusto con appetito la prima cena da domenica e inizia la routine con 3 inserimenti di antibiotici in vena e 3 punture sulla pancia al giorno.

Al mercoledì mi danno la buona notizia che mi porteranno a fare una TAC con liquido di contrasto per verificare il corretto posizionamento della endoprotesi per poi dimettermi, successivamente mi danno la cattiva notizia che la TAC ci sarà solo il giovedì alle 17 e che quindi non verro rilasciato fino al pomeriggio di venerdì.

In reparto ci si annoia ma ogni tanto ho la visita di qualche figlio e di qualche amico, poi c'è una saletta con la televisione, di cui non sono appassionato ma, in mancanza di meglio, dopo aver scorso i giornali a fondo, fa passare il tempo.

A colazione giovedì mi dicono che non dovrò bere né mangiare in attesa della TAC, in compenso mi mettono in vena mezzo litro di soluzione fisiologica e poi mi portano in uno stanzino con una barella dove una simpatica ragazza mi deve fare una peretta, poiché anche io le sono simpatico me ne fa due e mi dice di tenere duro per 10 minuti prima di scendere e liberarmi nella tazza sottostante.,

Finalmente alle 17,30 vengono a prendermi e mi portano con la sedia a rotelle alla TAC, esame già fatto due volte, ogni volta comunque sorprende la vampata di fuoco che, partendo dalla mano si irradia in tutto il corpo, quando viene iniettato il liquido di contrasto mentre si è sparati nella macchina rotante.

Tornato in reparto affamato mi viene sospesa la cena dovendo attendere un paio d'ore per smaltire il liquido di contrasto prima di mangiare, se continua così perderò qualcuno dei miei troppi chili!

Il venerdì passa in attesa del decreto di rilascio che mi viene consegnato alle 15, dovro tornare venerdì 6 per togliere i punti e mi telefonereranno tra 3-4 mesi per un controllo ecografico con ecocolordoppler.

Mi istruiscono su come cambiare la medicazione e farmi iniezioni sulla pancia giornalmente, poi, dopo l'ultimo antibiotico e buco sulla pancia mi liberano la mano dall'ago, valvola e attacchi e sono finalmente libero, mi diffidano anche a starmene tranquillo fino alla rimozione dei punti.

Tornato a casa con entrambe le mani libere posso finalmente lavarmi, anche se a pezzi, niente doccia, non devo bagnare la cucitura.

Il sabato sono frastornato dalla visita di due figli con mogli e quattro nipoti che fanno una caciara d'inferno.

Domenica invece è tranquilla, è una magnifica giornata con il sole terso e una bora sostenuta che mi accarezza in giardino; penso a Lei, l'Amata abbandonata che mi attende e che non so quando riuscirò a rivedere, fuggendo dalle attenzioni della moglie, gelosa della rivale!

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30-07-2019 15:53
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