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Ricordi d'estate nei mari della Grecia (dufour)
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Ricordi d'estate nei mari della Grecia (dufour)
By dufour (2012)

Trissi è il componente dell'equipaggio più simpatico. Abruzzese d'origine, ha quindici anni e adora la vita di mare. Sopra e sottocoperta si muove con agilità pur non avendo propriamente il cosidetto 'piede marino'. Nel suo caso sarebbe più appropriato parlare di zampa marina. Trissi, infatti, è una simpatica meticcia che fa parte dell'equipaggio di Nirvana, una barca a vela di 11 metri e mezzo.

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Gli altri a bordo sono Nello, lo skipper e proprietario, sua moglie Nirvana e poi ci sono io, che mi sono imbarcato a Naxos il 7 di giugno. Nello, Nirvna e Trissi sono partiti da Monfalcone il 25 aprile e, tra una sventolata e l'altra, un temporale e l'altro hanno raggiunto le cicladi. Ma non siamo soli: di conserva con noi si muovono altre due barche a vela: il Si Bwana di Giuseppe, con a bordo la moglie Mariella e Chiara (anche lei si è imbarcata a Naxos)
e il Sanlorenzo, con Giorgio e Ilde. A programmare il viaggio che ci porterà forse in Turchia c'è una filosofia spicciola, propria forse dei pensionati che non sono attanagliati dalla fretta e dalla necessità di raggiungere un luogo un giorno prefissato. Prendendo spunto dalla battuta di un bel film con protagonista Robert De Niro che diceva alla fidanzata: 'Ci vediamo quando ci vediamo', il motto del trio di barche è: 'salpiamo quando salpiamo, arriviamo quando arriviamo'. Non ci corre dietro nessuno, infatti e la vita per mare in questo modo libero da ogni vincolo si gode certamente di più.
Se gli equipaggi sono 'maturi' (guai definire vecchietti certi pensionati 'lupi di mare') anche le nostre barche hanno una certa età: Nirvana è un Koala 38 costruito dalla piemontese Nordcantieri 26 anni fa,

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Si Bwana è un Contest 46 di una ventina d'anni

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e il Sanlorenzo è un Morgan 36 che ha sulla scia una quarantina d'anni.

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Nello ha una grande esperienza di navigazione in Grecia e conosce isole,porti e baie come le sue tasche. Da Naxos siamo salpati verso le 10 del mattino per raggiungere un porticciolo più a sud dell'isola: Porto Kalendo. Oggi c'è un molo presso cui è possibile attraccare; fino a pochi anni fa era una baia deserta sovrastata dall'ovile di un pastore e non c'era altra anima viva. Per Nello è ancora oggi la baia del pastore. Il porticciolo non ha però rovinato l'ambiente. Adaccoglierti in porto c'è un'anatra che ti conduce fino all'ormeggio e una volta che hai legato le cime a terra resta a gironzolare attorno alla barca nella speranza che da bordo giunga qualcosa da mangiare; il che avviene regolarmente. All'estremità del porto, verso il mare aperto, c'è la foce di un fiumiciattolo sulle cui rive crescono rigogliosi rossi oleandri. La particolarità più curiosa del corso d'acqua è data dalle tartarughe marine: centinaia di testoline che escono dall'acqua e si ritirano spaventate al nostro passaggio. Sembrano tanti sassi con la testa. Il pastore, Vassili, c'è ancora ma ora fa anche l'ormeggiatore e riscuote il costo dell'ormeggio (9 euro per una notte, meno se ci si ferma per più giorni). Alla sera, comunque, si trasforma anche in ristoratore e prepara alla brace salsicce e agnello. Cibi semplici ma da leccarsi i baffi. E poi, comunque, la vita in barca fa venire sempre un certo appetito.
Non c’è risacca in porto e la notte si dorme bene. Al mattino dell’8 giugno, con calma (si salpa quando si salpa…) puntiamo le prue verso porto Livadhi, una baia nell’isola di Iraklia.

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Passeremo la notte all’ancora. Non ci sono moli, qui, ma a bordo non mancano i comfort: Nirvana (santa donna!) ci prepara una teglia di lasagne al forno da far invidia ad una rinomata trattoria bolognese. A sera aperitivo a bordo del Si Bwana, che è la barca più grossa. Ci si muove con i tender su un mare trasparente. Un tuffo è d’obbligo e l’acqua, non caldissima, è accogliente. Giorgio, skipper triestino di Sanlorenzo, si esibisce come raffinato pasticcere preparando crepes alla marmellata e alla Nutella. Squisite.
Dura la vita dei pensionati navigatori…
Da Iraklia, con un vento portante di 20 nodi abbiamo affrontato la navigazione alla volta di Amorgos, stretta e lunga isola delle Cicladi. Abbiamo ormeggiato in banchina nel porto di Katapola assieme al Sanlorenzo.

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Il Si Bwana ha preferito ormeggiarsi in una rada a sud dell'isola; Giuseppe preferisce le baie ai porti. La tribù degli zingari del mare è composta da persone con i più svariati gusti, unite dalla passione per il mare e per la vela. L'equipaggio di Nirvana (Nello, lo skipper, Nirvana, comandante in seconda e Trissi, commissario di bordo) preferisce spostarsi per conoscere: agli ormeggi in baia si alternano quelli nei porti per 'studiare' luoghi e genti e, all'occorrenza, assaggiare le specialità del posto in qualche ristorantino che pare pure lui ormeggiato su una banchina. Come passeggero-mozzo mi adeguo. A Katapola abbiamo assaggiato una specie di goulash di carni miste a verdure al ristorante Corner. Consigliabile. In tre si spendono meno di 40 euro. Katapola è davvero un bel paesino, con le case che si affaccaiano sulla baia. Qui non esistono topi; almeno a giudicare dall'ingentissimo numero di gatti, sicuramente più alto di quello dei bipedi umani. Per non farci mancare nulla abbiamo anche noleggiato un'utilitaria per andare a scoprire il resto dell'isola. Ad Amorgos non si può non andare a visitare Chora, la vecchia capitale, un intrico di stradine (più corridoi che strade!) tra le case dipinte a calce e con porte e finestre rigorosamente azzurre, come da classica tradizione greca. Il paese è davvero suggestivo e solo la piazza in cui si affacciano il municipio e la stazione di polizia, ombreggiata da tre alberi frondosi e secolari, ha le case tanto distanti da non poterle toccare allargando le braccia. Le auto arrivano solo alla base del paese che si gira a piedi, non avendo a disposizione un asino o un mulo. Nella parte più alta si erge una minuscola fortezza edificata nel 1290 dai veneziani.

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Ma il sito più suggestivo da visitare ad Amorgos è il monastero
di Chozoviotissa, costruito in parte nella roccia su un costone a strapiombo sul mare.

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Raggiungerlo sotto il sole estivo della Grecia, salendo oltre 350 gradini, è una fatica ripagata. Ad accoglierti c'è un pope che ti offre un bicchier d'acqua, un goccio di liquore simile al rosolio e un dolcetto. Pensando alla fatica che occorre per rifornire il monastero, quel bicchier d'acqua è davvero un dono prezioso. La chiesetta all'interno è minuscola; ha un'icona miracolosa della Vergine e numerosi ex-voto. Il panorama che si gode dalla terrazza da cui i monaci suonano le due campane è incredibile: un tuffo nel mare blu.
Dopo la visita al monastero di Chozoviotissa, l'equipaggio di Nirvana, esclusa Trissi che è rimasta a far la guardia alla barca, ha fatto un tuffo in una grande baia circolare (sembra il cratere di un vulcano spento), Ormos Kalotiri, in fondo alla qualesi è ormeggiato il Si Bwana. Poi il pranzo a base di moussaka e spiedini ad Ormos Aigialis, un porto in cui ci si può ancorare se non soffia il Meltemi.

Venti nodi al giardinetto di sinistra con punte oltre i 30 e mare mosso: si va veloci (quasi 7 nodi con il solo genoa a riva) ma si balla! Una specie di twist misto a tarantella. Siamo salpati da Katapola poco prima delle 8 (sveglia alle 6...) e viste le condizioni del mare, Nirvana (comandante in seconda) non potrà esibirsi in fantasmagoriche specialità culinarie e l'equipaggio di Nirvana (la barca) dovrà accontentarsi di brioches, pane e salame. Sono poco più di 50 le miglia che occorrono per raggiungere da Amorgos, nelle Cicladi, Astipàlea, la più occidentale isola del Dodecaneso.

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A Skala, porto principale di Astipàlea, abbiamo appuntamento con Giuseppe, Mariella e Chiara, comandante ed equipaggio di Si Bwana. Facciamo rotte diverse (noi, partendo da Katapola, abbiamo scapolato Amorgos da sud, a Giuseppe, che era ancorato in una baia più a est, conviene passare a nord) ma ci teniamo in contatto via radio. Il Sanlorenzo di Giorgio e Ilde è rimasto ad Amorgos con l'intenzione di salpare un giorno dopo di noi; un programma che purtroppo andrà modificato: un catamarano battente bandiera statunitense, salpando, ha tirato su un bel po' di ancore, tra cui quella del Sanlorenzo. Giorgio, per evitare che il suo Morgan urtasse violentemente la banchina, ha preso una brutta botta ad un ginocchio. Ora è costretto in barca con il ginocchio immobilizzato e 'sotto ghiaccio'. Ci raggiungerà forse più avanti.
Il porto di Skala è piccolo e ancora in costruzione, acqua e corrente elettrica sono per ora riservati ai due pescherecci che riforniscono di pesce fresco i ristoranti affacciati sul mare.

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La cittadina,con le sue candide case, è suggestiva e ricorda un po' Positano.

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Le abitazioni sono edificate a scalare sulla collina che cinge la baia come un anfiteatro.
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. Abbiamo gettato l'ancora verso le quattro del pomeriggio e a darci una mano con le cime d'ormeggio c'era Giuseppe, arrivato prima di noi, grazie anche al fatto che il suo Si Bwana (si pronuncia sì buana) è più lungo e quindi più veloce di Nirvana. Dopo una siesta (meritata!) in cuccetta per recuperare la stanchezza accumulata, andiamo alla ricerca di un ristorante. Ne troviamo uno proprio sulla spiaggia. In ghiacciaia ha freschissime triglie di scoglio che, fritte, si dimostrano squisite.

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Dopo una notte di sonno profondo, ci svegliamo con una sorpresa piacevole in banchina. A salutare gli equipaggi delle barche battenti bandiera italiana c'è Gianfranco, sorridente e cordiale bolognese settantenne che, con la moglie Luisa, naviga per la Grecia da circa vent'anni.

Il loro Dufour 38 è ormeggiato all'inglese alla radice del molo. Passano in barca gran parte dell'anno, poi in autunno la tirano in secca in un porto greco e tornano a passare l'inverno sotto le due torri.
Mentre io cerco un bar con connessione wi-fi per buttare giù queste note di diario e scaricare le fotografie, Giuseppe e le 'ragazze' vanno a visitare la Chora (il vecchio centro sulla parte più elevata della collina) con il forte costruito,manco a dirlo, dai veneziani. Qui dominò per trecento anni (tra il 1200 e il 1500) la famiglia dei Quirini.

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Astipàlea, vista dal satellite, ha una forma particolare: due grandi ali di farfalla unite da un corpo sottile. Lungo la sua costa si aprono minuscole o vaste spiagge, un tempo rifugio di pirati maltesi. Per fortuna, oggi, pirati non ne arrivano più, solo turisti che non depredano ma portano un po' di incremento all'economia dell'isola.

Da Skala siamo salpati per raggiungere Maltezana, una rada poco più a nord. Dormiremo ormeggiati alla ruota.

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E' una baia storica e su una lingua di terra sorge un cippo un ricordo del sacrificio dei marinai francesi qui periti nel 1827. Il capitano Bigot, pur di non far catturare la sua nave, preferì darle fuoco ed affondare. Accanto a noi è arrivato un piccolo trimarano battente bandiera francese; a bordo un anziano navigatore solitario: per lui forse è un pellegrinaggio.

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Sono numerose, comunque, in Egeo, le barche francesi, seguite da quelle olandesi. La maggior parte batte bandiera greca, ma quasi sempre si tratta di yacht di compagnie di charter e gli equipaggi parlano per la maggior parte tedesco o inglese.
Nella baia di Maltezana, in un'acqua un po' freddina, abbiamo fatto un tuffo ristoratore. Trissi, commissario di bordo e tattico (Nello dice che a bordo è meglio avere un cane tattico piuttosto che un tattico cane...), ha dato mostra della sua abilità a saltare nel gommone dalla plancetta di poppa. Non sbaglia mai mira!

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Poi Nirvana la conduce a terra perché possa fare la passeggiatina di rito. Ogni giorno Trissi scende a terra tre volte, mattina, pomeriggio e sera e Nirvana raccoglie in un sacchetto le sue 'tracce'.

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A sera, gli equipaggi di Nirvana e Si Bwana si sono concessi una buona cena in uno dei due ristoranti sulla spiaggia: zaziki, polpette alla menta, insalata greca e un chilo di triglie fritte squisite. Cena allietata della splendida eclissi di luna. Qui l'inquinamento luminoso è inesistente, il cielo era senza nuvole e lo spettacolo è stato davvero di prim'ordine.
Al mattino del 16, sveglia presto per l'equipaggio di Nirvana per salpare alla volta di Nìssiros, che dovrebbe essere l'ultima tappa greca prima di raggiungere la Turchia.

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Si Bwana non ci seguirà: resterà in zona perché Chiara uno dei prossimi giorni dovrà prendere un aereo per tornare a Firenze.
Vento da Nord sui 15 nodi, mare appena mosso: Nirvana vola spinta da randa e genoa.

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Alle 15.30 gettiamo l'ancora nel porto di Paloi, un piccolo borgo di pescatori, e ormeggiamo di poppa in banchina.

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Poco dopo giungono i bolognesi Gianfranco e Luisa con il loro Dufour 38.
In banchina gironzola un simpatico gatto rosso dall'aria furbetta: si piazza vicino alle passerelle e dà una sbirciatina a bordo di tutte le barche. Credo che abbia imparato che a volte i navigatori che cenano in pozzetto si dimostrano generosi.

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A Trissi è capitato un incidente: risalendo a bordo dopo la consueta passeggiatina, è scivolata dalla passerella e ha fatto un involontario tuffo! Nirvana l'ha sollevata di peso con il guinzaglio con il quale è imbragata la cagnetta e l'ha prontamente riportata a bordo. A volte anche le... 'lupe di mare' si distraggono e perdono il piede marino. Una bella scrollata, bagnando tutto ciò che si poteva bagnare e quakche carezza e Trissi ha riacquistato il consueto buonumore.

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Che potessero capitare imprevisti più o meno comici era da mettere in preventivo: in fondo siamo 'tre uomini in barca, per non parlar del cane...'

Turchia, Datca: i colori della frutta, i profumi delle spezie

Nisiros è nella scia e la prua di Nirvana punta verso la Turchia.

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Nirvana, intesa come secondo di bordo, issa sulla crocetta di destra la bandiera di cortesia turca e sulla crocetta di sinistra la bandiera gialla che indica la richiesta di libera pratica. Per spiegare meglio a chi non si intende di cose nautiche, la bandiera di cortesia è un gesto di gentilezza nei confronti del Paese nelle cui acque si naviga (infatti le barche straniere che solcano le nostre acque alzano sulla crocetta di dritta il tricolore con lo stemma delle Repubbliche marinare); la bandiera gialla indica invece che l'imbarcazione chiede l'intervento delle autorità locali per espletare le formalità doganali. La Turchia non fa parte della Comunità Europea e bisogna chiedere il 'permesso' per entrarvi. In realtà si tratta di formalità ormai semplici: si portano i documenti della barca, il certificato dell'assicurazione e le carte d'identità dei membri dell'equipaggio in un ufficio che disbriga tutte le partiche facendo il giro di gendarmeria, capitaneria, port autority e dogana. Il tutto richiede poco tempo. Dopo un paio d'ore l'impiegato dell'agenzia è stato tanto gentile da portare i documenti e il permesso di soggiorno direttamente in barca, evitandoci di passare dal suo ufficio.
La navigazione da Nisiros a Datca, il nostro porto d'ingresso in Turchia, è stata agevole: vento al giardinetto (cioé quasi di poppa) di 20 nodi con punte di oltre 30. Nirvana volava a più di 6 nodi (un nodo equivale ad un miglio marino all'ora) solo ad un paio di miglia dall'arrivo il vento è calato e il comandante Nello ha dovuto dare motore.
Ci siamo ormeggiati gettando l’ancora e infilandoci nello spazio esiguo tra un motoryacht e una grossa goletta. Manovra perfetta del comandante, ben coadiuvato, del resto, dall’equipaggio.

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L’acqua del porto di Datca è limpidissima e si scorgono agevolmente il fondo e i cefali di tutte le taglie che vi nuotano indisturbati. La Turchia è molto attenta alla difesa del suo ambiente e le barche che vi si ancorano devono avere il serbatoio di raccolta delle acque nere. Chi scarica direttamente in porto o in rada rischia una bella multa.

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Lungo la banchina del porto si trovano ristoranti e bar pronti ad accogliere i turisti. Poco dopo il Nirvana ha attraccato la barca dei bolognesi Luisa e Gianfranco. Con loro siamo andati a cena in un ristorantino frequentato dagli abitanti del luogo. Niente cibo per turisti (che costa, oltretutto caro)! Non so esattamente cosa ho mangiato ma il tutto era buono e commestibile, comprese delle polpette ai ferri. Da bere solo acqua (siamo in un Paese musulmano) o Coca Cola e, per finire, un the profumato. In paese ci sono però locali che vendono solo birra e nei bar lungo il porto si possono anche ordinare una grappa o un ouzo.

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Quanto alle ragazze, ne ho viste davvero poche con il velo: la maggior parte veste all’occidentale sfoggiando anche vertiginose minigonne.
Al mattino di sabato 18 giugno sveglia presto per andare a fare spesa al mercato.

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E’ molto caratteristico: diverse vie del centro sono trasformate in un bazar e grandi tendoni formano una volta chiusa sopra le bancarelle che vendono di tutto. Io ho acquistato quattro polo di marca pagando davvero poco. Ma mi restano due dubbi: che non siano originali e che mi abbiano, nonostante tutto, fregato sul prezzo! Il bello del mercato di Datca sono però i colori dei banchi di frutta e gli odori delle spezie.

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Ti accorgi davvero di essere arrivato in Oriente.

Magica Rodi, regno di pirati genovesi e cavalieri
Fuori dalla baia di Datca i vento soffia da Nord Ovest sui venti nodi.

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Perfetto per noi che ce lo troviamo quasi in poppa. Si rolla anche poco perché il mare è praticamente piatto. Il comandante, che a bordo del Nirvana può tutto, decide di puntare su Rodi e non su Simi.

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E' un po' un azzardo perché il porto di Rodi d'estate e sempre pieno e i comandanti sono quasi costretti a fare a cazzotti per rimediare un posto in banchina. Mi raccontano di scene degne di liti tra automobilisti per un parcheggio. A scanso di equivoci, telefoniamo al Marina Mandraki per sapere com'è la situazione. Pare un miracolo, ma ci dicono che per l'ormeggio non ci sono problemi! In realtà è il segno che la crisi economica ha navigato fin qui: gli anni passati in giro da queste parti c'erano molte più barche e anche le società di charter paiono navigare in acque tutt'altro che tranquille. Fuori dalla grande baia turca in cui si incunea Simi, l'onda si fa più ripida e si rolla un po' di più, ma il vento per fortuna tiene. Intorno a Rodi c'è traffico, più di navi che di yacht a dire il vero. Sono poco anche le grandi golette turche in legno che portano a spasso i turisti.
Poco prima di entrare in porto ci colleghiamo sul canale 9 del vhf come ci era stato detto di fare, ma nessuno risponde alla nostra chiamata. Riproviamo con il cellulare e l'ormeggiatore risponde subito! Ci conferma che c'è posto e dice che ci aspetterà alla radice del molo. Passando là dove un tempo il Colosso sovrastava le imbarcazioni in entrata, vediamo l'ormeggiatore a bordo di un ciclomotore. Ci fa grandi gesti e ci indica il posto dove dovremo ormeggiarci. Niente corpo morto (riservato alle barche delle compagnie di charter): dovremo gettare l'ancora e poi arretrare verso la banchina lanciando le cime a terra. Con nostra sorpresa l'ormeggiatore se ne va! Le cime d'ormeggio le agguanterà un gentile signore francese già attraccato al pontile.

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Rodi è di una bellezza straordinaria, almeno ella parte vecchia. Sulla costa nord, lungo le spiagge, è tutto un fiorire di mega-alberghi e ristoranti pronti ad accogliere i turisti 'vomitati' dagli aerei che uno dietro l'altro, in un continuo susseguirsi, atterrano all'aeroporto internazionale.

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A piedi visitiamo la città vecchia fortificata dai Cavalieri di San Giovanni che non conquistarono l'isola ma semplicemente l'acquistarono dall'ammiraglio Vignoli, un pirata genovese. In fondo si trattò di un accordo tra italiani, visto che l'ordine cavalleresco era nato su iniziativa dei mercanti di Amalfi. Lungo le stradine di acciottolato si aprono una miriade di negozi per turisti e davanti ad ogni negozio, bar o ristorante c'è l''acchiappaclienti': l'esatto opposto del buttafuori. Cercano di convincerti ad entrare per fare acquisti o consumare. Alcuni sono gentili e garbati, altri petulanti e decisamente fastidiosi.

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Ceniamo nella nuova agorà in un ristorantino specializzato in carne alla brace. I camerieri sono grandi professionisti e trattano ogni cliente come se fosse un vecchio amico da coccolare. Vederli all'opera tra i tavoli è uno spettacolo.
L'indomani noleggiamo un'auto per visitare l'isola. Ci sono luoghi da non perdere, come Lindos, la cui baia rotonda e molto protetta, è dominata dall'acropoli.

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Nella splendida spiaggetta facciamo il bagno. Intorno a noi è un vociare di mamme e bambini. Tutti parlano italiano! Sembra di essere a Rimini o a Fregene.

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Torniamo a Rodi per il pranzo e ci fermiamo in un locale che sulle guide che abbiamo a bordo non è segnalato. E' una grande pescheria, l'Aegean Fish,

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con esposte grandi quantità di pesce di ogni tipo. I clienti lo scelgono e se lo fanno cuocere selle griglie.

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Ci sono anche piatti pronti già cucinati. In tre abbiamo speso 26 euro.

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Ci si può andare solo a pranzo, perché chiudono alle cinque del pomeriggio. Al pomeriggio ci dirigiamo verso la valle delle farfalle. Dovrebbero essercene milioni… riesco a vederne solo cinque e neppure bellissime!

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E visto che il prezzo del biglietto d’ingresso è di 5 euro, un euro a farfalla mi sembra una tariffa un po’ cara.
Alla sera con Nirvana decidiamo di tornare nella cità vecchia per assistere ad uno spettacolo di danze folcloristiche al teatro Nelly Dimoglou, un evento imperdibile a giudicare dalla nostra guida (Mondadori, edizione 2010). Peccato che il teatro sia chiuso da tre anni e pare destinato alla chiusura definitiva
Città abbandonate, canyon, rafting e bucatini all’amatriciana
Usciamo da Rodi con una brutta sorpresa: Ugo, il timone automatico, sembra aver aderito alle manifestazioni di protesta che si svolgono in molte parti della Grecia e non ne vuole sapere di mettersi a lavorare. Nello fa tre giri di bussola per rimetterlo in funzione. Ugo non fa tante storie e riprende a fare il suo dovere. Ci aspettano una quarantina di miglia di navigazione per raggiungere Fethiye, sulla costa turca.

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Qui sorge un attrezzato marina dotato di tutti i comfort. Ci arriviamo dopo una navigazione piacevole: ci sono una ventina di nodi di vento che spira al giardinetto. Con randa e genoa aperti viaggiamo ad oltre sei nodi. Nirvana, intesa come barca, è un po’ vecchiotta (ha una trentina d’anni) ma ha grandi doti marine e un passaggio sull’onda molto morbido. Ci divertiamo, insomma, anche se si rolla un po’ a causa del mare formato che viene da poppa. Poco prima di entrare in porto, chiamiamo sul canale 73 della nostra radio vhf l’ufficio del Marina Ece per avvisare del nostro arrivo. Ci viene incontro un gommone con due ragazzi che indossano la maglietta arancione degli ormeggiatori. Ci chiedono di attendere fuori dal porto perché devono ormeggiare prima di noi un grosso catamarano battente bandiera americana. La manovra della barca statunitense si rivela un po’ laboriosa, poi viene il nostro turno. Uno dei ragazzi del gommone salta a bordo di Nirvana: provvederà lui a fissarci al corpo morto a prua. Il gommone con l’altro addetto continua a girarci intorno facendo, per la verità, un po’ di confusione.

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A prendere sul molo galleggiante le nostre cime di poppa sono Fabio e Marisa, triestini,(AdV SPRUTZ)

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vecchi amici del nostro comandante Nello e di Nirvana (intesa come vicecomandante e cuoca di bordo). Fabio e sua moglie ci invitano a bordo del loro Janneau di 42 piedi per bere una bibita fresca e organizzarci per la cena, una delle incombenze più importanti della vita dei pensionati navigatori…

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Ma abbiamo alcuni rituali da completare prima di pensare alla cena: Nirvana, intesa come secondo di bordo, porta a spasso Trissi, che si sgranchisce volentieri le zampe su un terreno meno ballerino di una barca, poi approfittiamo degli eleganti servizi del marina per farci una doccia calda senza badare al consumo di acqua che, a bordo di Nirvana è giustamente razionata. Fabio, simpatico asceta, filosofo navigante, ci conduce al luogo prescelto per la cena. Un posto davvero singolare: una piazza al centro della quale vi è una grande pescheria; intorno tanti ristorantini. Uno acquista il pesce che vuole mangiare e lo porta al ristorante che ha scelto per farselo cucinare. I ristoratori mettono poi in tavola, antipasti vari sempre a base di pesce, insalate e pane caldo (squisito con il burro all’aglio!). I gamberoni e il pesce spada arrivati sulla nostra tavola sono scomparsi in fretta; ma si sa: l’aria di mare fa sempre venire un certo appetito…!
Il mattino dopo, i riti quotidiani: moka sul fornello, pane e marmellata o biscotti, da dividere con Trissi che ti guarda sempre con occhio languido quando porti qualcosa alla bocca e soprattutto assume l’espressione del cane orfano e digiuno da giorni. Impossibile resisterle!
Noleggiata un’auto, la cui aria condizionata non funziona (e fa davvero caldo) ci avviamo verso Yakakoy , nei cui dintorni sorge una città abbandonata, oggi patrimonio dell’Unesco: se la scambiarono Greci e Turchi. Mentre il comandante Nello si sofferma sul bordo della piscina di un bar a studiare le future navigazioni (nulla lascia all’improvvisazione!), gli altri gitanti si inerpicano sotto al sole su stradine di acciottolato tra ruderi di case e chiese di una città fantasma.

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Marisa si ferma a dipingere in un angolo di strada: ha la bellissima abitudine di tenere un diario illustrato con i suoi disegni ad acquarello. Ha con sé un astuccio con i colori e i suoi disegni sono davvero bellissimi!

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Dopo il rovente tuffo nelle vestigia della storia, decidiamo di regalarci qualcosa di più fresco e, dopo aver recuperato a bordo piscina il nostro comandante, ci dirigiamo verso Saklikent. Qui sorge un suggestivo canyon solcato dalle acque gelide e spumeggianti del fiume Bar. Nel punto in cui il fiume di apre all’uscita della stretta gola, lungo le rive sorgono strani bar: hanno le ottomane direttamente sull’acqua e i clienti possono tenere i piedi a mollo mentre sorseggiano un the profumato.

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Ci inoltriamo nel canyon: finalmente fresco e ombra! Non rinunciamo al piacere di mettere i piedi nella corrente del fiume regalandoci un corroborante idromassaggio naturale. Ma non è finita: al termine del giro a piedi decidiamo di privare l’ebrezza del rafting e, incastrati in grossi pneumatici da camion modificati e attrezzati alla bisogna, con le pagaie in mano ci lasciamo trasportare dalla corrente. Divertente ed emozionante, anche se alcune parti intime vengono sbatacchiate sui sassi più affioranti.
Dopo il tuffo nel rafting, torniamo alla cultura e ci dirigiamo verso Tloss. Qui si trovano tombe rupestri, un’agorà e i resti di uno stadio. C’è anche un anfiteatro romano. Guardandoti attorno, volgendo lo sguardo su montagne brulle e su campi verdi, viene istintivo chiederti: ma fin dove arrivavano questi romani?
Per onorarne la memoria, a bordo di Nirvana, assieme a Fabio e Marisa ci gustiamo un bel piatto di bucatini all’amatriciana. Cottura perfettamente al dente.

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